Arte & Cultura

L’imprevisto nell’architettura e nell’arte. Un ostacolo da superare o una meravigliosa occasione per creare?

Quante volte ci si domanda se ci sia qualcosa di peggio di un imprevisto.
Daniel Pennac, noto scrittore francese, a tale quesito rispondeva : “sì... le certezze!”.
Siamo avvezzi a percepire negativamente il caso come un quid che rallenta il nostro operato, o i nostri progetti. Tuttavia, spesso, superando l’iniziale avversione per quanto può sfuggire alle nostre previsioni e destare sgomento, si può cogliere maggiormente l’ebbrezza di un risultato, forse, nemmeno immaginato.
L’architettura, che notoriamente è volta all’organizzazione dello spazio in cui vive l’essere umano, mediante la progettazione e la costruzione, destinate a soddisfare le necessità biologiche dell’uomo, è tra le discipline presenti in tutte le civiltà. L’uomo progetta e costruisce perché ciò lo fa sentire vivo, perché anela a realizzare il proprio spazio fisico nel mondo ed a lasciare un segno tangibile della sua presenza.
L’architetto progetta, ipotizzando quel che accadrà e cercando di far coesistere nella propria opera la funzionalità e l’estetica. Quindi, nel plasmare la propria idea, fino a renderla realtà, spesso si può imbattere in un meraviglioso imprevisto.
L’idea, concretizzandosi, può andare oltre le costruzioni della nostra razionalità e dei nostri intenti e talvolta, proprio grazie al caso, si interseca a pieno con la natura che ci avvolge e che ci appartiene.
E’ facile notare, negli edifici che ci circondano, evidenti errori strutturali o progettuali, ma la scoperta di una roccia inamovibile, di un pozzo in disuso, di un albero secolare, di reperti archeologici, possono diventare un nuovo motivo di riflessione, una nuova occasione fortuita per aumentare il significato dell’opera stessa.
Analogamente l’artista, sovente, nella realizzazione del proprio estro, incontra piacevoli imprevisti che lo spingono a plasmare la materia ben oltre quella che era l’idea originale.
Può accadere che durante l’installazione di un’opera, l’autore, pur conoscendo perfettamente i luoghi in cui rappresenterà la propria creatività, possa avere delle difficoltà nel gestire l’imprevisto originato dalla luce naturale di quell’ambiente.
Ciò è accaduto, ad esempio, in due installazioni, “medium” nel Lazzaretto di Napoli nel 1998 e “gu” nella Sala della Meridiana del Museo Archeologico Nazionale di Napoli nel 2004.
Il risultato è stato sorprendente, grazie a questo incredibile imprevisto, l’effetto finale è andato bene oltre ogni previsione originaria arricchendo di diverse letture la stessa opera, generando un naturale dialogo tra la contemporaneità dell’installazione e la forte componente storica dei luoghi.
Il caso può diventare dunque un’occasione per scoprire più che inventare, per esaltare complesse realtà che spesso sfuggono all’occhio umano, talvolta troppo preso dal desiderio di esser visto più che di vedere. “L’arte non rende più visibile, acceca” questo sosteneva Paul Virilio, architetto, urbanista, saggista e filosofo francese, ma è un rischio che si deve correre se si vuole godere di ciò che vi è oltre una rappresentazione grafica, pittorica, artistica.
Qualsiasi forma architettonica o artistica parte dall’idea di chi la progetta per tornare a un’altra idea che è quella di colui che la percepisce. Queste idee, non necessariamente coincidono, ma sono comunque capaci di creare un’empatia tra l’autore e il soggetto che le ammira o cerca di carpirne il senso.
Questa corrispondenza emotiva tra l’idea che nasce dall’artista o dall’architetto viene poi plasmata a realtà concreta, tangibile, rende maggiormente il senso di quel che viene definito il “genius loci”, ovvero il significato culturale ed emozionale che viene attribuito ad un luogo, ad uno spazio, ad una città, nella ricerca di tutte le identità e le emozioni che emergono dalla materia stessa, a volte ancor più evidenti, proprio grazie al sorgere di un imprevisto, che accentua inaspettatamente l’idea creativa, rompendo gli schemi preconfigurati e lasciando al caso la possibilità di aggiungere quel pizzico di magia che equilibra realtà ed ignoto e rende tutto più interessante.

 

“Come il giorno e la notte
La regola e il caso sono due contrari
come la luce e il buio
come il rosso e il verde
come il caldo e il freddo
come l’umido e il secco
come il maschile e il femminile.
La regola dà sicurezza,
la geometria ci aiuta a conoscere le strutture
o a costruire un mondo nel quale
ci possiamo muovere senza paure.
Il caso è l’imprevisto
a volte terribile
a volte piacevole
l’incontro con una persona
con la quale si stabilisce subito
un contatto di simpatia o di amore,
l’esplosione di una idea risolutrice
la scoperta di un fenomeno.
La regola nasce dalla mente
si costruisce con la logica
tutto è previsto
con la regola si può pianificare un programma.
Il caso nasce dal clima
dalle condizioni ambientali, sociali,
geografiche, dai recettori sensoriali.
Un odore di eucalyptus
la forma di un sasso
il ritmo delle onde del mare…
La regola, da sola è monotona
il caso da solo rende inquieti.
Gli orientali dicono:
la perfezione è bella ma è stupida
bisogna conoscerla ma romperla.
La combinazione tra regola e caso
è la vita, è l’arte
è la fantasia, è l’equilibrio”


tratto da: Bruno Munari “Verbale scritto”
                                                                                  Ilario Kuluridis & Pierre Yves Le Duc
                                                                                  Fotografie delle opere di Pierre Yves Le Duc
                                                                                  a cura di Francesco Semmola